David Foster Wallace, Mark Costello – Il Rap spiegato ai bianchi

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All’inizio degli anni ’90, uno scrittore destinato a diventare autore di culto e un giovane avvocato di Boston, uniti da un insospettabile amore per il rap, si improvvisano critici musicali: da osservatori consapevolmente esterni (bianchi, benestanti, laureati), ne forniscono un’analisi originale, profonda e provocatoria, sgombrando il campo dagli stereotipi della critica ufficiale e affrontando di petto gli aspetti più controversi dell’industria musicale, del potere politico, della questione razziale e il tema dei rapporti fra rap e cultura alta.

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David Foster Wallace è ritenuto la voce più originale e rilevante della letteratura americana degli ultimi vent’anni; è celebre per il suo romanzo-fiume Infinite Jest, i racconti e i reportage narrativi, ma è tutta da riscoprire questa sua opera giovanile, scritta a quattro mani con l’amico Mark Costello. È il 1989 e i due, studenti ad Harvard, bianchi, coltissimi e middle class, condividono una sorprendente quanto irresistibile attrazione per la musica rap, che è ormai uscita dai ghetti neri inaugurando la sua storia di strepitoso successo mainstream. Prendendo come nume tutelare il critico rock più irregolare e geniale di sempre, Lester Bangs, decidono di provare a spiegare il motivo di questa passione: fra ascolti compulsivi e imbarazzate incursioni nelle sale d’incisione e nei locali hip hop, danno vita a un’analisi personalissima, e tuttora convincente, sulla forza e le contraddizioni del rap, il primo genere musicale autenticamente postmoderno.

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